Thursday, 23 October 2014

Primo Levi, Se questo è un uomo

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letto dal 5 al 13 dicembre 2013

Il mio voto
“Oggi io penso che, se non altro per il fatto che un Auschwitz è esistito, nessuno dovrebbe ai nostri giorni parlare di Providenza…” 
Guardi qualche foto per cui non riesci proprio a trovare l’epiteto adatto: la mano scheletrica di un bambino africano affamato; la caduta verso la morte di una vittima dell’attentato sulle torri gemelle di New York; un uccello soffocato in un sacchetto di plastica su una spiaggia; la parete coperta di graffiature di una camera a gas ad Auschwitz. E ti dici: se questo è l’uomo, io me ne vergogno. Se questo è l’uomo, è peggiore di qualsiasi altro essere vivente sulla terra. Se questo è l’uomo, io di questa razza non voglio farne parte.



E poi guardi il David e la Cappella Sistina e la Notre-Dame o leggi Antigone e i Fratelli Karamazov e Don Chisciotte. E ti chiedi: se anche questo è l’uomo come mai tanta crudeltà, fanatismo e spietatezza accanto a tanta grandezza? Sarebbe perché la creatività sia sempre nata dalla sofferenza? Oppure che ogni volta che una cosa inammissibile si produce, un miracolo sorge per ripristinare l’equilibrio?



Come un miracolo è questo libro che a me ha ricordato un altro, scritto da un rumeno, Nicolae Steinhardt, che sotto il titolo Diario della felicità condivideva la serenità scoperta durante un altro inferno: il carcere comunista, non molto diverso del Lager nazista nella sua determinazione di sterminare i prigionieri cosiddetti politici. Il suo soccorso? La scoperta del Cristianismo, che farà della prigione soltanto una penitenza necessaria nel camino della rivelazione – ergo la “felicità” del titolo.

Il salvataggio di Primo Levi? La volontà di trasformare la sofferenza in un ricordo esemplare, fissato nell’eternità come i miti da dove una volta sorgeva la saggezza diventata il rifugio dell’anima che non trovava più significato alla realtà:
“…le nostre storie … sono semplici e incomprensibili come le storie della Bibbia. Ma non sono anch’esse storie di una nuova Bibbia?”
Così Se questo è un uomo è molto più di una cronaca, benché terribilmente fedele, di un campo nazista. È l’ostinazione dell’essere umano di non cedere mai, per parafrasare Dante, all’oltraggio, neanche quando si trova improvvisamente in “anus mundi”. È l’ostinazione dell’essere umano di interpretare il suo descensus ad inferos come un viaggio iniziatico verso la propria umanità. Insomma, è l’ostinazione dell’essere umano di sublimare la sofferenza, di dare un senso anche al nonsenso, per restaurare la sua dignità.
“Se dall’interno dei Lager un messaggio avesse potuto trapelare agli uomini liberi, sarebbe stato questo: fate di non subire nelle vostre case ciò che a noi viene inflitto qui.” 
Ed è per questo che, anche quando leggi pagine talmente allucinanti nella loro disperazione, frustrazione e incommensurabile tristezza come quella in cui il detenuto Kuhn ringrazia Dio per non essere stato scelto di andare a camera a gas, puoi comunque intravedere un briciolo di speranza, “una remota possibilità di bene”, nascosta, sfortunatamente, soltanto nell’anima loro, di quelli che hanno trovato un senso alla sofferenza:
“Kuhn è un insensato. Non vede, nella cuccetta accanto, Beppo il greco che ha vent’anni, e dopodomani andrà in gas, e lo sa, e se ne sta sdraiato e guarda fisso la lampadina senza dire niente e senza pensare più niente? Non sa Kuhn che la prossima volta sarà la sua volta? Non capisce Kuhn che è accaduto oggi un abominio che nessuna preghiera propiziatoria, nessun perdono, nessuna espiazione dei colpevoli, nulla insomma che sia in potere dell’uomo di fare, potrà risanare mai più?
Se io fossi Dio, sputerei a terra la preghiera di Kuhn.”


Ci sono uomini (e non utilizzerò mai più questo termine alla leggera) che l’inferno ha inghiottiti e hanno trovato la liberazione soltanto nella morte, come Pavese, come Celan.

Ci sono anche uomini per cui l’inferno vissuto non è stato che un arresto verso paradiso – nella maniera dantesca, voglio dire. Uomini come Steinhardt, come Levi, che nonostante tutte le avversità, hanno continuato a credere nelle parole di Sofocle: “Molte cose nel mondo ispirano sgomento; nessuna più dell'uomo.”

E poi ci siamo noi altri, spettatori imperturbabili della loro esperienza, pronti a partire quando lo spettacolo è finito, senza aver imparato nulla. Ed è questa indifferenza, ve lo dico, più della violenza e della crudeltà, che porterà la nostra razza all’estinzione.

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