Tuesday, 14 July 2015

Roberta Melchiorre e Fabio Bertino, "World Zapping. Racconti di viaggio"

-e-book


Letto dal 29 giugno al 13 luglio 2015

Il mio voto:


Non leggo spesso libri di viaggio. Forse è una reminiscenza della mia infanzia, quando saltavo sistematicamente le descrizioni per arrivare più velocemente ai dialoghi. O forse avevo un’idea preconcetta che un libro del genere è una longa sfilata di paesaggi che finirà per annoiarmi.

Niente di più sbagliato nelle mie percezioni, come l’ha dimostrato l’eccellente collezione di racconti di viaggio scritta da Fabio Bertino e Roberta Melchiorre e che ci porta un po’ dappertutto, non solo nello spazio geografico ma anche negli spazi sociali, culturali, storici.


Undici storie (se ho ben contato) che zigzagano a traverso il mondo, cominciando con la glossa stridente e opprimente delle Cartoline turkmene (la mia favorita) per finire vicino a casa, con i pupi scoperti inaspettatamente un giorno piovoso in Sicilia. Accompagnate d’immagini stupende e souvenir pittoreschi, le storie prendono vita davanti ai nostri occhi ammaliati, facilitando l’incontro sia con un ridicolo dittatore, sia con un direttore di banca che è anche cassiere, sia con una vecchia che conosce il linguaggio delle scimmie meglio di quello degli uomini, sia con una coppia che vive letteralmente in un treno.

Ricca d’informazioni inaspettate e di grande interesse, piena di sensibilità e di forza evocativa, la lettura si dimostra pienamente gratificante. Come si potrà mai dimenticare, dopo una tale lettura, l’immagine stagnata di Ashgabat, la capitale del Turkmenistan, diventata il palco principale per il culto della personalità dell’infatuato dittatore Saparmyrat Nyazov, aka Turkmenbashi (“il padre di tutti i Turkmeni”)? Qui si trova l’unico monumento al mondo dedicato a un libro – ovviamente un libro scritto dal presidente e che è diventato testo canonico da studiare in scuola. Qui si trova la statua abbagliante dello stesso Nyazov, placata in oro, vero simbolo di orgoglio e vanità, che, le braccia aperte, fa finta di tenere in mano il sole per suggerire che è lui chi l’ha domato per regalare la luce al suo popolo (conosco bene, sfortunatamente, questa infatuazione, che mi ricorda una canzone popolare da noi nel periodo comunista che pretendeva che il sole sorge da Bucarest).

Dal presente totalitario turkmeno si passa senza transizione al passato tradizionale (benché un po’ corrotto dalle domande della società dei consumi), qualche parte nel cuore dell’Australia, ad Alice Springs, dove il narratore assiste a un concerto di didgeridoo, una sorta di flauto, strumento aborigeno dell’estremo nord del continente. La descrizione dello show, combinando immagini e suoni, è piena di colore e di vivacità:

A tratti i richiami all’elettropop anni Ottanta sono forse un po’ eccessivi, ma nell’insieme le show è una rilettura degli echi antichi del didgeridoo. A rievocare la magia del Tempo del Sogno contribuiscono le immagini che scorrono sullo schermo al lato del palco. Rocce rosso fuoco, scorci di deserto, impronte nella sabbia. A ogni brano Langford cambia strumento, spiegando le caratteristiche di ognuno, e verso la fine estrae addirittura un incredibile didgeridoo doppio ricavato dalla biforcazione di un grosso ramo di eucalipto. (Concerto ad Alice)

Dopo la contemplazione di qualche giara gigantesca in Vietnam, seguita dall’incontro con una vera regina in Camerun, da una cerimonia d’inaugurazione di un monumento in Mozambico (molto bella la sfilata delle maschere) e dalla visita di una piccola basilica paleo cristiana del VI secolo in Erevan, la prossima fermata si fa a Burkino Faso, dove, accompagnato da Olivier, il direttore/ impiegato/ cassiere dell’unica banca di Dano, il narratore assiste a un funerale tradizionale, interrotto improvvisamente da un evento cosi popolare che tutti gli abitanti del villaggio lasciano la cerimonia per assisterci: Il Tour de Faso, uguale, agli occhi dei locali, al Tour de France. Un’istantanea molto divertente sorprende l’incongrua apparizione del narratore in centro a tutta questa gente:

La folla forma un muro nero, uniforme, in cui il mio volto spicca come un fanale bianco. (…) Passa un ciclista con un scritta in tedesco sulla maglia e mi fissa stupito. Un altro, biondissimo, mi supera, si volta e per poco non finisce fuori strada. Dalle auto delle squadre spuntano braccia pallide che fanno grandi cenni di saluto. (Tamburi e biciclette)

Ovviamente, dopo che i ciclisti passano, il funerale continua.

Molto bella anche l’evocazione dell’Opera di Pechino, l’atmosfera unica di cui è catturata con abilità e sensibilità in un’originale alternanza tra palco e strada, uomo e attore, illusione e realtà.


Il libro si chiude genialmente, con un guazzabuglio di pezzi di pupi (“sparsi qua e là noto punteruoli, martelli da sbalzo, volti in faggio appena abbozzati, scheletri di futuri paladini”), - un’invitazione al viaggio come unica soluzione per completare il puzzle d’immagini offerti dai racconti: i narratori hanno fatto il loro lavoro, risvegliando nel nostro cuore la nostalgia delle lontananze. Ora tocca a noi di emularli.

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